LA LOTTA DELLE DONNE PER LA LIBERTÀ E IL VOTO

marzo 24, 2016

La storia della richiesta del diritto di voto da parte delle donne inizia da lontano. A fine Ottocento alcuni paesi avevano dato il voto alle donne: la Nuova Zelanda come pure alcuni stati americani. Nel Novecento i primi furono l’Australia e la Finlandia , ma in molti paesi l’acquisizione di questo diritto sarebbe stata molto più lenta.

In Italia questo risale soltanto al 1945. Nel 1906 Anna Maria Mozzoni e Maria Montessori presentavano una petizione al parlamento per il voto femminile nell’ambito del suffragio univMontessoriersale, ma solo nel 1919 fu approvata questa loro richiesta. Nel 1923 la Camera votò su un progetto di legge che le escludeva dal voto politico. Su 12 milioni di italiane si sarebbe recato alle urne soltanto un milione di donne, ma la legge non venne bocciata. Sarebbe stata approvata nel 1925 ma resa vana pochi mesi dopo a causa dell’istituzione del podestà.

In Italia il rapporto tra donne e cittadinanza fu reso complicato anche dall’importante influenza della cultura cattolica che da sempre le riteneva simbolo dei valori della famiglia, considerati ostacolati dai processi dell’era moderna. Quando le donne arrivarono al diritto di voto, dunque, dovettero in qualche modo costruire un nuovo rapporto con la politica. Le donne si erano mobilitate nella Resistenza in moltissime forme, come per esempio nel caso dell’occultamento dei partigiani, e da lì avrebbero gettato le basi di alcune nuove organizzazioni femminili, come l’Unione Donne Italiane e il Centro Femminile Italiano. Fu in questo frangente che dimostrarono una forte volontà di protagonismo e rivalsa nella società: guerra e Resistenza valicarono i confini che separavano sfera privata e pubblica femminile. Nonostante ciò, molte delle donne che avevano partecipato alla Resistenza, accolsero con sospetto la conquista del voto poiché per loro la democrazia per cui si battevano era una vaga democrazia non rappresentativa, ma anzi diretta.

Il 2 giugno del 1946 fu un momento decisivo. Al referendum per la scelta tra monarchia e repubblica la loro partecipazione era stata dell’89,1%, quasi identica a quella degli uomini. Il 2 giugno 21 donne vennero elette alla Costituente: 9 per la DC, 9 per il PCI, 2 per il PSIUP, 1 per l’Uomo qualunque. Erano soltanto 21, il 3,7 % dei 556 deputati.

Della commissione dei 75 che avrebbe dovuto redigere la Carta Costituzionale soltanto 4 erano donne: Maria Federici (democristiana), Lina Merlin (socialista), Teresa Noce e Nilde Jotti (comuniste). Nonostante la loro presenza, fu impossibile annullare l’immagine che la chiesa aveva ormai stampato nelle menti degli italiani (per esempio, l’articolo 37 diceva che la donna doveva essere in grado di adempiere al suo ruolo di madre di famiglia). Per quanto utile, il voto non colmò del tutto l’enorme distanza tra uomo e donna. Il salario femminile per lo stesso tipo di lavoro rimase sempre inferiore e nel 1954 la firma di un accordo che stabiliva solo al 16% la differenza salariale tra i due sessi venne accolta come una vittoria.

Negli anni Cinquanta sarebbero state approvate alcune leggi importanti: la legge di tutela delle lavoratrici madri (1950) , quella che consentiva l’ingresso delle donne nell’amministrazione della giustizia (1956), la nota legge Merlin sull’abolizione delle case chiuse, fino quella che consentiva la costituzione della polizia femminile (1959).

La cittadinanza femminile rimarrà a lungo una cittadinanza fatta di avanzamenti parziali.

In molti paesi il voto alle donne (sono sotto gli occhi di tutti le donne afghane o irachene velate) non coincide con il riconoscimento di diritti civili e sociali e talvolta convive con la violazione dei diritti umani.
La storia del voto alle donne, è strettamente legata alla storia della democrazia, e dunque non si è ancora conclusa.


 

Bibliografia:

Enciclopedia Treccani

www.sapere.it

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