LA STORIA COME DEGENERAZIONE

marzo 24, 2016

Il terzo articolo della Costituzione Italiana sottolinea l’importanza di due principi all’interno della nostra società: la libertà e l’uguaglianza. Tali principi, che noi abbiamo sentito il dovere di specificare in una legge scritta, secondo alcuni miti e correnti di pensiero filosofiche sono insiti nell’uomo fin dalla sua nascita. Essi sono stati compromessi quando l’uomo ha deciso di associarsi ad altri per creare una comunità e, contemporaneamente con lo sviluppo dell’agricoltura, della metallurgia e in seguito dell’industria, è nata una dipendenza dell’uomo dal suo simile e si è giunti quindi ad una condizione di disuguaglianza.

Libertà come degenerazione

Il primo autore in cui compare la concezione di un’età dell’oro, fondata sulle basi dell’uguaglianza fra i suoi membri, è il poeta greco Esiodo. Egli nel suo poema epico-didascalico Le Opere e i Giorni ci parla di un mondo in cui la natura era amica dei mortali, che ottenevano senza fatica quanto occorreva loro per sostentarsi e morivano senza mai ammalarsi e senza mai invecchiare. Ogni bene era in comune, e non vi era necessità di lavorare i campi. Zeus non amava questa stirpe, e la puní privandola del fuoco e recando tra loro la discordia.

Si successero poi altre tre età (argento, eroi, bronzo) fino ad arrivare a quella in cui viviamo noi oggi: l’età del ferro. Al contrario della moderna idea di progresso che, con il suo mito delle «magnifiche sorti e progressive», sogna un futuro illuminato dalla scienza e dalla giustizia, il pensiero tradizionale colloca invece la parte migliore del tempo ai suoi primordi e concepisce la storia come un’inevitabile caduta verso la disgregazione e l’oscurità. Il mondo nel quale viviamo è lungi dall’essere perfetto. Il dolore, la fatica e la pena ci accompagnano per tutta la vita; ci ammaliamo, invecchiamo, moriamo. Con questi presupposti, sembra normale chiedersi come e quando il mondo sia divenuto quello che è. Da qui, forse, la necessità di una «storia mitica» che spieghi la caduta dell’universo e dell’umanità dal suo stato di originaria perfezione a questo cupo e triste presente. Il tema dell’età dell’oro venne ripreso in seguito da alcuni autori del mondo latino quali Virgilio, Ovidio e Catullo.

Fiorì per prima l’età dell’oro; spontaneamente, senza bisogno di giustizieri, senza bisogno di leggi, si onoravano la lealtà e la rettitudine.

Ovidio, Metamorfosi

Nel Medioevo questo concetto riecheggia anche nella Divina Commedia. Dante lo ricorda nel XXVIII Canto del Purgatorio alla visione del Paradiso Terrestre:

…Quelli ch’anticamente poetaro
l’età de l’oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro…

In età più tarda, l’età aurea ha costituito il modello filosofico e letterario dell’utopia politica. Bacone, Campanella, Moro; autori rispettivamente de La Nuova Atlantide, La città del sole, L’Utopia, sviluppano l’idea di una organizzazione sociale e statale ideale “fuori della storia”. L’unione tra mito e utopia non è certo invenzione moderna: già Platone aveva teorizzato ne La Repubblica, le caratteristiche della società ideale sulla base del mito dell’età dell’oro.

Ma l’idea di un paradigma di società “priva di leggi e giustizieri” fu pienamente sviluppata nel 1700 dagli Illuministi. In particolare tre filosofi argomentarono la loro concezione della condizione dell’uomo precedente rispetto alla civilizzazione: Hobbes, Locke e Rousseau. Infatti, durante l’Illuminismo, l’età dell’oro e il paradiso terrestre vennero assimilati in taluni casi nel concetto di “stato di natura”, argomento sul quale questi tre filosofi settecenteschi si soffermeranno particolarmente. Per “stato di natura” si intende la condizione in cui viveva l’uomo prima del contratto sociale, patto tramite il quale l’uomo rinunciava alla sua indipendenza al fine di una maggiore sicurezza e libertà. Nel Leviatano (1651) il filosofo inglese Thomas Hobbes esprime i concetti chiave del giusnaturalismo, una corrente filosofica che si basa sull’esistenza di un diritto naturale che prevale su quello positivo, ossia prodotto dagli uomini.

Hobbes afferma che il diritto ha origine naturale per tutti gli enti, pertanto i diritti che hanno gli esseri viventi nello stato di natura sono gli stessi. Si crea quindi una condizione di uguaglianza, principio cardine del terzo articolo della Costituzione italiana, che nello stato di natura di Hobbes risulta essere deleteria per l’uomo. Egli ingaggia infatti un “bellum omnium contra omnes” (guerra di tutti contro tutti). È di comune interesse arrestare questo sconto perpetuo per assicurarsi un’esistenza tranquilla, quindi gli uomini decidono di associarsi formando una società attraverso un“contratto sociale” in cui limitano la loro libertà e i loro diritti naturali allo scopo di garantire la sicurezza di ciascun individuo. Il potere viene trasferito quindi nelle mani di un’unica persona, che può essere un monarca o un’assemblea di uomini. Secondo il pensiero di Hobbes, una volta che questo patto sociale avviene, l’organo incaricato di governare non può essere deposto da nessuno. Pertanto Hobbes nega il diritto alla ribellione .

Quasi contemporaneo di Hobbes, un altro filosofo inglese, John Locke, nella sua opera Due trattati sul governo (1690) esprime il suo pensiero circa lo stato di natura. Le caratteristiche principali che deve avere lo stato di natura secondo Locke sono la libertà e l’uguaglianza e tale stato deve essere libero di regolare le proprie azioni, di  disporre dei propri possessi e delle proprie persone come meglio si crede e vi deve essere l’uguaglianza fra i suoi membri, senza subordinazione o soggezione. Lo stato di natura. L’uomo naturale di Locke è però limitato da una legge di natura che coincide con la ragione, pertanto nessuno ha il diritto di distruggersi o distruggere gli altri per la propria conservazione. La legge di natura infatti ambisce alla pace e alla conservazione di ogni individuo e per raggiungere tale scopo è necessario punire i trasgressori per proteggere gli innocenti. Locke, al contrario di Hobbes, ammette il diritto alla ribellione affermando la possibilità di deporre l’autorità che esercita il potere su una comunità qualora essa si rivelasse ingiusta.Rousseau

Anche il tema della libertà è sempre stato molto presente nella filosofia di ogni epoca, sin dal mondo classico (come abbiamo potuto osservare nel mito dell’età dell’oro o in quello di Atlantide).Tra i pensatori illuministi che hanno teorizzato il concetto di libertà “originaria”, nel senso di caratteristica propria dell’uomo primitivo, svincolato dalle strutture e dalle convenzioni della società moderna, rimane celebre l’affermazione con cui si apre il primo capitolo de Il contratto sociale di Jean Jaques Rousseau, uno degli incipit più forti che siano mai comparsi in uno scritto di filosofia: L’uomo è nato libero, e dovunque è in catene.

Come altri philosophes francesi, Rousseau si ispirava al governo della democrazia diretta, e sosteneva l’idea del contratto sociale, ossia l’idea che la società sia il frutto di un patto stipulato tra i cittadini che, in favore della sicurezza, sacrificano al governo una porzione della loro libertà individuale; tuttavia rispetto ad altri importanti contrattualismi moderni, come Hobbes o Locke, il filosofo francese ritiene che gli individui che sottoscrivono il contratto sociale non devono trasferire il potere ad una persona artificiale “esterna”, ma alla collettività di cui ognuno è parte.

In polemica con l’esaltazione illuministica del progresso storico-scientifico-etico della modernità, Rousseau si serve della dottrina del “buon selvaggio”. In realtà per il filosofo francese l’uomo non è propriamente un “buon selvaggio” né un“cattivo selvaggio”, ma semplicemente un essere neutro, senza “né vizi né virtù”. La proprietà della terra, la religione organizzata, l’organizzazione tribale sono alcune delle cattive influenze che hanno reso l’uomo naturale, che mirava solo alla conservazione di sé e naturalmente empatico verso il proprio simile, competitivo ed egoista, secondo la descrizione di Hobbes (anche se, secondo Rousseau, Hobbes errava nell’attribuire queste caratteristiche alla natura umana indipendentemente dalle circostanze).

La società, secondo Rousseau, è un prodotto artificiale nocivo per il benessere degli individui: quando l’umanità, da piccoli gruppi, fu costretta a vivere in comunità, a causa della crescita della popolazione, subì una trasformazione psicologica, in seguito alla quale cominciò a considerare la buona opinione degli altri come un valore indispensabile per il proprio benessere.

Il filosofo associava questa nuova forma di consapevolezza allo sviluppo dell’agricoltura e della metallurgia, alla fine quindi della felice società degli uomini raccoglitori e cacciatori, incarnazione della mitica età dell’oro.

Con la conseguente creazione della proprietà privata e della divisione del lavoro si è determinata una crescente dipendenza reciproca degli individui e la diseguaglianza tra gli uomini. La conseguente condizione di conflitto tra chi aveva molto e che aveva poco o nulla, fece sì che il primo Stato fosse inventato come una forma di contratto sociale suggerito dai più ricchi e potenti; costoro di fatto istituzionalizzarono la diseguaglianza come se fosse inerente alla società umana.

Rousseau, con questa analisi della storia e della natura umana,intendeva soprattutto produrre delle congetture, “non […] verità storiche, ma solo ragionamenti ipotetici e condizionali, più adatti a chiarire la natura delle cose che non a svelarne la vera origine”. Il compito dello stato per Rousseau è preservare le intrinseche libertà dell’uomo naturale e garantirne la sicurezza e l’incolumità; è importante vedere come si può giungere a ciò dopo che l’uomo ha abbandonato lo stato di natura e stipulato il contratto sociale.

Secondo il filosofo è necessario che, attraverso l’esercizio delle leggi, garantito dalla Costituzione, vadano a coincidere perfettamente i due concetti di sovranità e di volontà generale, perché, con l’affermazione dell’uguaglianza sociale, l’uomo possa riconquistare la libertà.


 Bibliografia:

http://bifrost.it/ELLENI/4.Origini/03-Eta_dell_uomo.html

http://cronologia.leonardo.it/mondo40u.htm