L’ISONOMIA NEL MONDO GRECO: ALLE ORIGINI DELL’UGUAGLIANZA DI FRONTE LA LEGGE

marzo 23, 2016

Clistene e la nascita dell’isonomia:Clistene

Incontriamo la parola “isonomia” per la prima volta con Clistene (Atene 565 a.C.- Atene 492 a.C) che fu un politico ateniese che portò avanti l’opera di Solone e fu, insieme a questi, uno dei padri della democrazia ateniese.

Una volta salito al potere, in un primo momento si limitò a ripristinare integralmente la costituzione di Solone; poi, però, ottenne il supporto popolare necessario per attuare diverse riforme al fine di consolidare le ancor traballanti istituzioni ateniesi, attuate tra il 508 e il 507 a.C.

In primo luogo, conscio che la rivalità tra le quattro tribù, basate sul censo familiare, Clistene le abolì per sostituirle con dieci tribù, ognuna delle quali, a sua volta, era costituita da diversi demi, che a loro volta si suddividevano in gruppi di tre, comprendendo sia una regione costiera, sia una pianeggiante sia una collinare; inoltre, per aumentare il senso di coesione territoriale e scardinare quello familiare, Clistene abolì i patronimici e li sostituì con il nome del demo di residenza o nascita.

Dopo aver attuato la riforma delle tribù, Clistene sostituì il consiglio dei 400 di Solone con la Boulé, un consiglio di 500 membri, 50 per tribù, scelti non mediante elezione bensì per sorteggio in modo da garantire la massima partecipazione possibile; inoltre, sancì che ogni membro del consiglio, all’assunzione della carica dovesse giurare “di consigliare, nell’osservanza delle leggi, ciò che è meglio per il popolo”.

Sulla stessa base, riformò il sistema giudiziario, istituendo un sistema di giurie, composte da 201 fino a 5001 giurati, sorteggiati da un campione posto da ogni singola tribù e dispose che l’iniziativa legislativa spettasse alla Boulé e che poi l’assemblea di tutti i cittadini aventi diritto di voto si dovesse convocare quaranta volte l’anno per discutere, approvare, emendare o respingere le proposte della Boulé.

Infine, Clistene, onde prevenire per sempre il fenomeno della tirannide, introdusse l’ostracismo (usato per la prima volta nel 487 a.C.) mediante il quale un voto qualificato di almeno 6.001 cittadini avrebbe potuto esiliare per dieci anni un cittadino che fosse ritenuto una minaccia per la democrazia (senza che però le sue proprietà fossero confiscate); tale sistema, tuttavia, ben presto generò abusi visto che praticamente ogni uomo politico poteva essere soggetto a tale misura, dal momento che non era necessario provare l’effettiva e concreta pericolosità per la democrazia del soggetto che avrebbe dovuto subire l’esilio.

Clistene , infine, definì tali riforme isonomia, termine traducibile come “uguaglianza di fronte alla legge”. Quanto a Clistene, alcuni storici riportano che fu il primo a subire l’ostracismo; non è nota la data della sua morte ma è certo che ebbe discendenza: fu lo zio di Agariste, moglie dell’ammiraglio Santippo  e madre di Pericle ed il bisnonno materno di Alcibiade (sua madre, Dinomarca era figlia di Megacle a sua volta figlio di Ippocrate, figlio di Clistene).

I sofisti e l’isonomia:

L’isonomia ateniese consisteva nell’affermare che l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge scritta era l’attuazione della Giustizia divina (Nέμεσις, Nèmesis) e del Buon ordine nell’ambito della città. Per i Sofisti invece non è la legge a garantire l’ordine e l’uguaglianza ma la formazione individuale del cittadino. Nei loro viaggi, i sofisti avevano osservato che le leggi sono differenti da città a città, che la legge non è divina né naturale ma dovuta all’ordine che l’uomo si è dato.

Antifonte (Atene, 480 a.c. Circa –Atene, 410 a.c. Circa):Antifonte

Il sofista afferma che le leggi umane sono tutte convenzionali e che l’uomo dovrebbe seguire le leggi di natura, posto che sia possibile stabilire quali sono.

“La legge come divisione tra gli uomini e le città”. Un altro punto interessante della critica che Antifonte rivolse alla legge intesa come nomos fu quello del particolarismo. Ogni città ha la sua legge, e spesso ciò che è giusto e legale qui, è ingiusto ed illegale là. L’eccesso legislativo è dunque un fattore di divisione, un’esasperazione delle differenze, un contrasto artificioso tra gli uomini. Nessuna legislazione particolare, portata all’estremo cavilloso, può considerarsi universale, e quindi davvero utile a metter fine alle incomprensioni, alle guerre.

“[…] Giustizia consiste nel non trasgredire alcuna delle leggi dello Stato di cui uno sia cittadino; e perciò l’individuo applicherà nel modo a lui piú vantaggioso la giustizia, se farà gran conto delle leggi, di fronte a testimoni; ma in assenza di testimoni, seguirà piuttosto le norme di natura; perché le norme di legge sono accessorie, quelle di natura, essenziali; quelle di legge sono concordate, non native: quelle di natura, sono native, non concordate. Perciò, se uno trasgredisce le norme di legge, finché sfugge agli autori di esse, va esente da biasimo e da pena; se non sfugge, no. Ma se invece violenta oltre il possibile le norme poste in noi da natura, se anche nessuno se ne accorga, non minore è il male, né è maggiore se anche tutti lo sappiano; perché si offende non l’opinione, ma la verità”. (Fr. 87 B 44 A DK Papiro di Oxyrinco, XI n. 1364)

Trasimaco (Calcedonia, 460 a.c. Circa – dopo il 413 a.c.):Trasimaco

La giustizia – rivela finalmente Trasimaco – è l’utile (συμφερον) del più forte. Questa definizione, tramite le domande di Socrate, viene politicamente chiarita così:

<<… ciascun governo istituisce leggi (nomoi) per il proprio utile; la democrazia fa leggi democratiche, la tirannide tiranniche e allo stesso modo gli altri governi. E una volta che hanno fatto le leggi, proclamano che il giusto per i governati è ciò che è invece il loro proprio utile, e chi se ne allontana lo puniscono come trasgressore della legge ed ingiusto. Questo, mio ottimo amico, è quello che dico giusto, il medesimo in tutte quante le poleis, l’utile del potere costituito. Ma, se non erro, questo potere detiene la forza. Così ne viene, per chi sappia ben ragionare, che in ogni caso il giusto è sempre identico all’utile del più forte>> ( Repubblica di Platone, Libro I, 338e-339a)

Trasimaco reagisce in modo sprezzante: i pastori e i bovari, certo, si preoccupano che il loro bestiame sia grasso, ma per il loro utile e non certo per quello degli animali. E così fanno anche i governanti nei confronti dei sudditi (343b). Questa replica serve da raccordo per estendere la tesi di Trasimaco all’ambito morale. Il lato politico della definizione secondo cui il giusto è l’utile del più forte può essere ricapitolato così:

Il più forte governa (realismo politico link alla parte del sito sul realismo politico)

Chi governa fa leggi nel suo interesse (realismo politico)

Chi governa, finché conserva il potere, non può errare nella valutazione del suo interesse (realismo politico)

Il giusto è obbedire alle leggi, imposte da chi è al potere

Crizia:Crizia

Ribaltando lo schema tradizionale, che storicamente voleva il diritto positivo fondato sulla morale divina (si pensi a Esiodo), egli con straordinaria acutezza fonda nella paura del divino il vero caposaldo del potere politico. La divinità assume così le caratteristiche di uno strumento politico atto al governo della parte più intima del popolo: la sfera personale. Secondo Crizia, il divino è stato inventato dai governanti affinché gli uomini smettessero di infrangere le leggi di nascosto, convincendoli dell’esistenza di una forza soprannaturale in grado di osservarli in qualsiasi momento e in seguito giudicarli.

Questa critica corrosiva va ben oltre la semplice spiegazione razionalistica della religione, dimostrando la debolezza intrinseca della legge positiva e della morale collettiva. Queste sono infatti frutto di convenzione, relative e basate sull’apparenza: come prima di lui aveva osservato il sofista Antifonte, giusto è colui che, di fronte a testimoni, si comporti in ossequio alla legge per evitare biasimo e pene, ma che poi, in privato, si comporti secondo la propria natura (φυσεις).

Qui sta appunto, anche per Crizia, la debolezza della legge, poiché essa cessa di avere valore quando l’individuo si trova solo. Qualsiasi oratore, poi, è in grado a parole di rigirare la legge a proprio vantaggio, insozzando ciò che di buono vi è in essa. Piuttosto che sul nomos, dunque, una società ordinata si dovrebbe basare sulla moderazione del singolo individuo. Come scrisse nel Piritoo, «un carattere nobile è più saldo della legge», poiché nessuno sarà mai in grado di storpiarlo. Si noti che questo discorso è in linea con la mentalità aristocratica e oligarchica del periodo, di cui Crizia è uno dei principali esponenti. L’attacco alla religione e il richiamo alla moderazione in quanto saggezza (σοφία), di contro alla fragilità del νόμος, mostrano una critica molto forte dell’isonomia, cardine del regime democratico ateniese, per la quale tutti i cittadini sono uguali di fronte legge.

Socrate:

Portrait Herm ofFin dal V secolo a.C. Euripide, Socrate, Platone, Aristotele ritengono che vi sia uno stretto collegamento tra πολίτεια, esercizio politico del potere, e parresia il comportamento morale del buon cittadino che parla dicendo la verità. La costituzione democratica ateniese infatti si fondava su i tre pilastri della isegoria (uguale diritto di parola nelle assemblee), dell’isonomia (uguale partecipazione al potere politico) e della parresia (uguale diritto per tutti di esprimersi francamente nei dibattiti politici) ma ad un certo punto la parresia diviene un ostacolo al corretto uso della politica quando cioè, potendo ognuno dire sinceramente la sua opinione, che vale come quella degli altri, ne nasce una confusione tale da non poter più raggiungere la verità. Da qui nasce l’esigenza di designare colui che, essendo in grado di conoscere il vero, assuma il potere politico a cui dovrà corrispondere l’obbligo di obbedire.

La finalità della polis: il patto che regola la convivenza civile ha per fine la felicità di ogni cittadino uguale di fronte alla legge; non vi può essere, del resto, altra felicità se non nel rispetto della legge, la quale sancisce l’uguaglianza. Senza il rispetto della legge, inoltre, non vi è “bontà”, non vi è virtù. L’isonomia è perciò l’unica via possibile per la felicità e l’unica via possibile per il raggiungimento della virtù. L’uomo buono è virtuoso in quanto rispetta e fa propria l’istanza fondativa della polis.

La polis ha una sua legge e una sua giustizia che possono anche andare contro l’uomo giusto. Ma il giusto sa, conosce cos’è la giustizia perchè, al di là degli onori o della condanna della città, giudica a partire dalla propria interiorità. Per questo Socrate accetta la condanna: non solo in quanto cittadino, ma, cosa del tutto nuova per la morale greca- in quanto buono per se stesso, buono di fronte al proprio giudizio. Anche i sofisti pensano che il soggetto debba agire per il proprio piacere, ma ricorrono alla legge di natura, anteriore a quella della città. Socrate invece, ricorre solo all’intelligibilità della giustizia che risiede nel soggetto, alla sua anima.

Tucidide:Tucidide

Attraverso il suo scritto ci è giunto il suo pensiero politico riguardo la polis e il modo di governarla più adeguato. Secondo lo storico l’isonomia è il segno primo e distintivo della democrazia e l’interesse del singolo individuo alla politica cittadina è fondamentale, inoltre sostiene che la libertà politica sia la condizione per la fedeltà politica e che l’oppressione politica sciolga la sua vittima dai doveri verso la patria.

Tutte le idee di Tucidide riguardanti l’isonomia sono raccolte nell’Epitaffio di Pericle, un’ orazione funebre pronunciata, dallo stesso, ad Atene nel 430 a.C. In onore ai primi caduti della guerra del Peloponneso, nel quale viene delineato il quadro della civiltà politica ateniese. Attraverso la commemorazione funebre, Pericle pronuncia parole intense e ricche di significato per i cittadini mirate alla sua propaganda politica, ma soprattutto all’idealizzazione dell’Atene del V secolo a.C. Nel descrivere l’organizzazione politica, i costumi e quindi la civiltà ateniese, Pericle tratteggia le motivazioni profonde della potenza ateniese; civiltà fondata su un sistema democratico che permette a tutti i cittadini meritevoli di partecipare attivamente alla politica, responsabilità che si riflette anche sui rapporti privati. L’Atene di Pericle non si limita a garantire a tutti le stesse opportunità creando un clima di tolleranza, ma valorizza massimamente l’arte di vivere.

questo epitaffio viene creata una connessione fra autoctonia e libertà: gli ateniesi non hanno mai dovuto liberarsi da una oppressione oppure avere legami di secondarietà con una madre patria e sono così da sempre più liberi, non hanno mai subito invasioni e quindi, mai sottomessi, sanno cos’è la libertà.  Eguaglianza e libertà sono le basi della democrazia ateniese.

Nell’epitafio di Pericle, dello storico Tucidide, lo statista ateniese spiega il suo ideale politico e lo fa con un costante raffronto fra la sua città e Sparta. Per tutte le stirpi greche bene supremo era la libertà; così era anche per Sparta, ma ai singoli abitanti bastava l’indipendenza della patria. Anche gli Ateniesi avevano una spiccata sensibilità statale e disposizione al sacrificio, ma per loro non era tollerabile trascorrere la vita soggetti alla coercizione dello stato.

Al totalitario stato spartano Pericle antepone la concezione statale ateniese. Ad Atene la sfera privata è separata dalla sfera statale e lo stato cerca di evitare ogni ingerenza e di lasciare ad ogni cittadino la possibilità di strutturare liberamente la propria vita.

E’ lo stesso Pericle a precisare che uguaglianza indica, nel diritto privato, l’essere tutti uguali davanti alla legtucididege, mentre in ambito politico l’abolizione di privilegi di nascita e censo, ma non lo stesso grado di influenza sulla collettività. Unico parametro per quest’ultimo aspetto è l’aretè. All’uguaglianza meccanica, che ha compimento nell’assemblea popolare, è affiancata una differenziazione che apra la via ai più abili cosicché anche i più poveri possano avere un’influenza politica. Pericle afferma che l’umanità accoppia adempimento dei compiti privati, sensibilità statale e intelligenza politica.

Sul piano culturale Pericle incentrò la celebrazione della democrazia intorno al concetto di kleos, cioè la fama che si riverbera nel tempo, dando luogo ad una memoria. Mentre precedentemente il kleos era raggiungibile solo dagli aristocratici, o da chi avesse i mezzi necessari per far celebrare le proprie gesta attraverso canti, monumenti e opere in suo ricordo, la democrazia offrì al cittadino comune la possibilità di consegnare il suo nome alla storia attraverso la partecipazione attiva all’assemblea.

Pericle sosteneva orgogliosamente: “Noi spieghiamo a tutti la nostra potenza con importanti testimonianze e molte prove e saremo ammirati dagli uomini di ora e dai posteri senza bisogno delle lodi di un Omero o di un altro” (Tucidide II,41,4).


Bibliografia:

Nicola Abbagnano,  Dizionario di filosofia , Utet, alla voce “Isonomia”

Bianca Spadolini, Educazione alla società. I processi storico-sociali in Occidente, Armando Editore, 2009

Thomas A. Sinclair, Il pensiero politico classivo, Laterza, Nari, 1993, vol.I

Tucidide, La guerra del Peloponneso

Roberto Nicolai e Luigi Enrico Rossi, Storia e testi della letteratura greca, Le Monnier

http://www.filosofico.net/larepubblica1.htm