L’UGUAGLIANZA NELLA FILOSOFIA OCCIDENTALE

marzo 23, 2016

L’uguaglianza è definita “la condizione di pari dignità, senza distinzione di privilegi, tra tutti i cittadini di uno stato o tra tutti gli uomini”. Si inizia a diffondere con lo stoicismo l’idea che tutti gli uomini siano uguali e debbano godere di pari diritti, ma è con l’avvento del cristianesimo che questa idea trova il più grande riscontro.

Infatti, nella teologia cristiana, tutti gli uomini sono uguali perché figli dello stesso essere divino. Una concezione molto simile dell’uguaglianza si può trovare anche nella religione islamica, dove viene ribadita la superiorità dell’uomo sulle altre creature ma anche l’esistenza di molte differenze naturali tra tutti gli uomini.

Si fa strada in tale prospettiva la distinzione che c’è tra i termini “uguale” e “identico”. Il Corano, infatti, introduce le differenze naturali tra i singoli individui nell’idea di uguaglianza.

Uomini, temete il vostro Signore che vi ha creati da un solo essere, e da esso ha creato la sua sposa, e da loro ha tratto molti uomini e donne. E temete Allah, in nome del Quale rivolgete l’un l’altro le vostre richieste e rispettate i legami di sangue. Invero Allah veglia su di voi (Corano 4:1)

Dunque, il diffondersi del cristianesimo insieme ai nuovi ideali filosofici fecero in modo che l’ideale di uguaglianza fosse sempre presente nella società e cultura occidentale anche in epoche in cui essa non era riconosciuta dalle leggi.

Ne è una testimonianza Boccaccio, che nel Decameron scrive:

“[…] tu vedrai noi d’una massa di carne tutti la carne avere, e da uno medesimo Creatore tutte l’anime con iguali forze, con iguali potenzie, con iguali virtù create. La virtù primieramente noi, che tutti nascemmo e nasciamo iguali, ne distinse.”

Nel Medioevo (con un apice nel XII secolo), il concetto di uguaglianza tra gli uomini fu ereditato dall’epoca della cavalleria, in cui si tendeva a pensare che la vera nobiltà fosse nel cuore degli uomini.Foto introduzione 1

Fu, tuttavia, tra il 17° e il 18° secolo, col diffondersi dei principi dell’Illuminismo, che si cominciò a vedere l’uguaglianza come qualcosa che lo Stato doveva riconoscere e tutelare. In Germania Kant, in Francia Rousseau ed in Inghilterra Hobbes e Locke ipotizzano che gli uomini sono in natura liberi ed eguali e pongono l’origine dello Stato in un accordo volontario. E’ questo l’assunto fondamentale del contrattualismo, la teoria politica che è alla base delle costituzioni moderne.

Grazie alle nuove correnti di pensiero, vennero redatte la Dichiarazione d’Indipendenza americana nel 1776 e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino in Francia, nel 1789, che puntavano a tutelare con una costituzione l’uguaglianza tra tutti gli uomini.

Nella Costituzione italiana, i principi di libertà e uguaglianza sono riconosciuti nell’articolo 3, tra i diritti fondamentali.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana

Il primo comma tratta l’uguaglianza in senso formale, in cui trova espressione la matrice liberale della democrazia italiana, il secondo tratta l’uguaglianza in senso sostanziale, in cui si rivela il suo carattere sociale.

HOBBES

Hobbes

Il modello hobbesiano ha dominato, per la sua semplicità e per il suo rigore, su tutta la filosofia politica del Sei-Settecento, anche quando è stato polemicamente respinto. Hobbes parte dallo stato di natura considerato come uno stato di guerra universale e perpetua, che condurrà all’autodistruzione del genere umano. In quanto tale, è una condizione da cui l’umanità deve necessariamente uscire, e per uscirne pax est quaerenda (bisogna cercare la pace). Gli uomini sono quindi disposti a cedere l’illimitata libertà e il diritto su tutte le cose di cui godono nello stato di natura, e a sottomettersi al potere assoluto del sovrano nella società civile, pur di conseguire l’obiettivo della coesistenza pacifica, altrimenti irraggiungibile. Tale scambio, per quanto comporti l’alienazione di tutti i diritti naturali fuorché uno (il diritto alla vita) e la promessa di un’obbedienza assoluta al sovrano, sarà sempre vantaggioso perché garantisce all’individuo la sicurezza della vita, suo sommo bene.

Alla descrizione dello stato di natura Hobbes dedica importanti sezioni delle sue due opere principali, il De cive (parte I, La libertà, capp. 1-4) e il Leviatano (parte I, Dell’uomo, capp. 13 -16). Lo stato di natura è la condizione in cui gli uomini vivono prima di vincolarsi con un qualsiasi patto di associazione e di sottomissione. Esso si definisce come lo stato in cui, in assenza di leggi scritte e di istituzioni giuridico-politiche, vige soltanto lo ius in omnia (diritto di tutti a tutto); rappresenta quindi la condizione in cui tutto è lecito al fine di conservare la propria vita e i propri beni, e in cui gli uomini seguono liberamente le loro passioni egoistiche. Di conseguenza, questo stato è contraddistinto da una totale assenza di obbligazioni, sia positive sia negative: è lo stato della libertà assoluta o, come dice Hobbes, “lo stato in cui non c’è né governo, né governati”. A causa dell’uguaglianza naturale tra gli uomini, che Hobbes intende come uguale possibilità per ciascuno di arrecare all’altro il massimo dei mali, la morte, e a causa della naturale tendenza dell’uomo a entrare con gli altri in rapporti di competizione e di aggressione (homo homini lupus, l’uomo è lupo per l’altro uomo), questo stato di libertà assoluta diventa immediatamente anarchia e stato di guerra.

Proprio l’uguaglianza naturale rende tale stato una guerra senza confini e senza soluzione (bellum omnium contra omnes, guerra di tutti contro tutti), perché nessun vincitore sarà mai tanto più forte degli altri da non temere di essere a sua volta ucciso con la forza o con l’inganno. Inoltre, tale guerra impedisce di fruire realmente dell’enorme libertà di cui l’uomo potrebbe godere; si tratta quindi di uno stato di libertà inutile, e lo stesso diritto naturale, come diritto di tutti a tutto, è inutilizzabile e rimane lettera morta dal momento che, se uno si impossessa di una cosa appellandosi al diritto naturale, chiunque altro gliela può togliere in nome dello stesso diritto. Dunque, nello stato di natura non è possibile un possesso stabile ed esclusivo neppure di una quantità limitata di beni. Non solo non è possibile la proprietà e il dominio, ma le condizioni di precarietà e di violenza continue impediscono nello stato naturale qualsiasi forma di agricoltura, di industria, di commercio, in una parola qualsiasi forma di civiltà. Nello stato di natura, infine, poiché non ci sono leggi, non c’è neppure il giusto e l’ingiusto, ed è possibile rubare, uccidere, compiere atti immorali senza che questo sia considerato illecito: in guerra, infatti, qualsiasi cosa è considerata lecita, e qualsiasi mezzo è consentito.

La società civile nasce con l’uscita da questo stato di povertà e di paura. Ma per fondare la società sarà necessario cambiare tutto: gli uomini devono darsi nuove regole di condotta morale e sociale senza assumere nient’altro che l’uguaglianza e l’antagonismo di partenza; non hanno nulla da portarsi fuori dallo stato di natura; non ci sono, per esempio, diritti innati variamente definiti che poi la società politica sarà chiamata a rispettare, perché nello stato di natura esiste solo lo ius in omnia, causa di guerra. Si impone così la necessità di istituire una realtà di convivenza totalmente nuova (la società civile), la cui legittimazione è costituita da un patto di unione liberamente sottoscritto sulla base di un calcolo razionale e di finalità soggettive, prima tra tutte la garanzia della vita.

testo libro di Hobbes
Lo stato di natura è un’ipotesi logica avanzata per ragioni argomentative: Hobbes intende dimostrare che ‘se’ gli uomini vivessero senza leggi e senza un potere che li tiene a freno, sarebbero continuamente in guerra tra loro. Tuttavia tale ipotesi trova una conferma empirica nell’osservazione dei costumi delle popolazioni ancora selvagge, per esempio degli Indiani d’America (De cive, cap. 1, § 13). Altri esempi concreti di stato di natura sono dati dalla guerra civile (durante la quale si rompe il patto di unione e gli individui ritornano a uno stato prepolitico) e dai rapporti internazionali, campo nel quale sovrani e Stati si fronteggiano minacciosamente uno contro l’altro (Leviatano, cap. 13). L’allusione ai selvaggi d’America porta a considerare la suggestione che sulla descrizione hobbesiana dello stato di natura possono aver esercitato i resoconti dei viaggiatori e dei missionari dell’epoca sulla vita delle popolazioni extra-europee. In effetti l’insistenza di Hobbes sulla guerra come condizione perpetua dello stato naturale trova un preciso riscontro nei racconti delle faide e degli scontri che caratterizzano la vita delle tribù, così come la miseria dell’uomo precivile è il riflesso della povertà della vita fuori dall’Europa colta e civilizzata. La novità è che ora Hobbes non presenta tali condizioni di vita come tipiche del selvaggio che vive allo stato bestiale e senza Dio, bensì come la dimensione naturale del genere umano. Fuori dalla società politica organizzata – spiega Hobbes – l’uomo è un lupo errante, e questo vale tanto per i bravi cittadini inglesi che vivono nelle città quanto per i Pellirosse della lontana America.

LOCKE

Locke-JohnUna parte rilevante del pensiero di Locke è dedicata alla politica. A suo avviso, nella condizione originaria (lo stato di natura di cui parlavano i giusnaturalisti) non esisteva una gerarchia tra gli uomini, ma il naturale rispetto reciproco che nasceva dal pieno rispetto della libertà individuale, intesa come un diritto naturale che spetta agli uomini in quanto tali. Così egli rifiuta la dottrina aristotelica della disuguaglianza naturale tra gli uomini e la dottrina di una gerarchia tra gli uomini voluta da Dio. Per Locke, tutti gli uomini godono degli stessi diritti di Adamo, il primo uomo. Non sono la libertà, ma anche la proprietà è quindi prerogativa dell’uomo in quanto tale. Egli ha infatti il diritto di servirsi delle risorse a sua disposizione allo scopo di trarre beneficio e vantaggio per sé. Nel secondo trattato Locke espone la sua teoria dell’origine e della forma dello Stato. A differenza di quanto sostiene Hobbes, lo stato di natura non è una condizione di arbitrio, al contrario, gli uomini godono di piena libertà di azione riguardo ai propri averi, ma non possono distruggere né la propria né la vita altrui a scopo di conservazione. Lo stato di natura è dunque governato da una legge razionale che garantisce la vita, la libertà e la proprietà, sulla cui base è possibile costituire una società ordinata con rispetto e uguaglianza reciproca, ma esso non è tuttavia idilliaco: gli uomini affrontano diverse difficoltà che impongono loro di associarsi. Inoltre, dal momento che essi interpretano la legge naturale in modo soggettivo la costituzione di uno Stato e di un governo serve per realizzarne appieno i diritti e le condizioni. Il fatto che gli uomini si associno per ottenere una maggiore garanzia dei loro diritti naturali condiziona l’intera visione dello Stato proposta da Locke. Attraverso il contratto gli individui si associano e rinunciano al diritto di farsi giustizia da soli affidando l’uso della forza allo stato. Il popolo però, secondo Locke, non è solo l’origine, ma anche il detentore della sovranità, e questo rende il contratto sociale reversibile, lasciando alla comunità il diritto alla ribellione.

ROUSSEAU

Con Jean-Jaques Rousseau si entra in una seconda fase del pensiero illuminista, in cui l’elemento razionalista viene a convivere obbligatoriamente con il recupero del sentimento e di alcuni elementi che fecero di lui un precursore del pensiero romantico. Nel discorso sulle scienze e sulle arti Rousseau denuncia come il processo scientifico e tecnologico abbia contribuito alla corruzione e alla perdita d’identità e naturalità dell’uomo. Contrapponendo così la condizione naturale a quella culturale, secondo Rousseau lo stato di natura è superiore a quello civile. La critica di Rousseau è rivolta soprattutto verso i giusnaturalisti e Hobbes, che hanno proiettato nella propria concezione di uomo ideale le caratteristiche dell’uomo civilizzato, finendo così per giustificare i difetti di quest’ultimo. A differenza dei giusnaturalisti, Rousseau presenta lo stato di natura come un’ipotesi concettuale e non come una realtà storica. Da questo dipende un’altra fondamentale tematica del suo pensiero politico, ovvero la ricerca dell’uguaglianza e della comunanza dei diritti come condizione base dell’esistenza dell’uomo.

L’incipit del  Contratto Sociale recita: <<L’uomo è nato libero, e dovunque si trova in catene>>

Con questa espressione Rousseau mette a fuoco due punti cardine della sua concezione:

-l’uguaglianza e la libertà come diritti fondamentali dell’uomo
-la fondazione dello stato non può prescindere dalla lotta contro la disuguaglianza

L’uomo, contrariamente a quanto sostenuto da Hobbes e da Locke, non può alienare alcun diritto. Come in Hobbes, in Locke e nel giusnaturalismo, anche in Rousseau lo Stato nasce attraverso un contratto o patto (contrattualismo) con il quale ciascun individuo cede allo Stato ciò che possedeva nella condizione naturale e lo ottiene nuovamente in termini di diritti civili. Non si tratta quindi di abolire la proprietà privata, lo Stato di Rousseau è ancora uno Stato di proprietari, ma Rousseau tuttavia insiste sulla necessità che l’individuo si sottometta all’organizzazione statuale sacrificando la propria autonomia. Lo Stato è concepito dunque come un “grande organismo” di cui gli individui sono le singole componenti, non costituiscono parti indipendenti e il loro benessere non può prescindere dal benessere generale.

BIBLIOGRAFIA: