IL PENSIERO POLITICO DELL’ETA’ ELLENISTICA

marzo 23, 2016

Prima di morire Alessandro aveva liberato le colonie dalla dominazione persiana e all’interno di queste, gli abitanti, di generazione in generazione, ricrearono una comunità greca, aiutati dal filellenismo di Alessandro Magno il quale non era però un vero e proprio pensatore politico. Alessandro Magno non conosceva le riforme legislative greche e concepiva la città-stato come un ottima organizzazione… per gli altri. Questo a causa della sua discendenza e della sua propensione verso la monarchia.
Con il passaggio al III sec. a.C. si riscoprì l’importanza della formazione delle leghe (281 a.C. Lega achea) e ciò produsse la nascita di numerosissime città-stato che stipulavano trattati con i monarchi del tempo.

Il declino venne evidenziato dalla perdita di una singola identità propria delle città-stato ma soprattutto dal declino del culto divino, dalla propensione verso l’astronomia – come in Egitto – e dalla diminuzione dell’attaccamento religioso verso il dio protettore di una singola πολις anche nella stessa madrepatria.

Questo è il quadro in cui si sviluppa il pensiero politico della nuova era. Di notevole importanza fu l’accanimento verso la borghesia da parte di Diogene κυνικός, probabile fondatore della scuola cinica e sicuramente deleterio per la società di allora con le sue sentenze nelle quali predicava un abbandono dei beni materiali.

Per Teofrasto, invece, la politica si divideva in due aspetti, come diceva anche Aristotele, uno teorico e l’altro pratico (ad esempio nel Περι νόμον si consigliava di dare nomi inoffensivi ai propri funzionari per non “spaventare” i propri cittadini…).

Filosofo molto più in vista di Teofrasto fu Dicearco che nelle sue numerose opere elogiò il governo spartano, come aveva fatto anche Platone nelle “Leggi”.
All’interno della πολις stessa il problema, in breve, divenne come viverla e come comportarsi all’interno di essa. La prima soluzione adottata sotto Crisippo fu quella di trattare la legge di natura. Ciò portò alla divisione in due tipi, o idee, di πολις: il primo reputava che fosse un luogo dove si viveva in comunità e il secondo che fosse un complesso tra stato e cittadini; questo processo portò come immediata conseguenza quella di vedere l’universo come una πολις di dei e uomini, tra i quali i rapporti erano possibili grazie alla legge di natura.

Gli epicurei, al contrario, erano molto più realisti e offrivano la loro filosofia come farmaco per la liberazione dalle quattro paure peggiori (la morte, gli dei, il dolore e il non raggiungimento del piacere) che fino ad allora la πολις, secondo il parere dei filosofi, aveva solo amplificato e mistificato. Il bene maggiore era l’amicizia e la πολις doveva quindi fornire le condizioni di pace atte a favorire gli scambi culturali all’interno di essa.

L’aiuto offerto dagli epicurei però giunse solo a coloro che avevano i mezzi per capirlo e non ebbe perciò l’effetto desiderato di rendere la vita migliore da affrontare. Il malcontento allora crebbe, le condizioni economiche, al contrario, peggiorarono e le masse popolari erano divise tra liberi e schiavi. Si ebbero perciò numerosi tentativi di riforma attuati però da individui che prendevano il potere senza avere alcuna capacità governativa né alcun diritto di esercitarlo.

Il vero cambiamento si ebbe nel periodo del conflitto tra la Lega achea e i Romani;

La figura principale che emerge in questo periodo è quella di Polibio che, nato a Megalopoli nel 200 a.C. e trasferitosi a Roma insieme ad altri numerosi Greci verso il 185 a.C., si integrò nel panorama romano frequentando figure di spicco come l’Emiliano anche più dei suoi connazionali.

Egli scrisse di storia ma non tanto in funzione della politica quanto per ricostruire il passato, per quanto fosse possibile. Nel suo esame individua come costituzione migliore per continuità, e effetti sulla πολις, quella spartana di Licurgo dopo aver scartato quella ateniese, quella cretese e addirittura quella della “Repubblica” di Platone.

Nella sua opera Polibio afferma poi però che se oltre a governare bene si vuole anche controllare ogni territorio sottomesso, allora non c’è alcun paragone e la costituzione migliore, che supera anche quella spartana, è quella Romana che oltre alle leggi utilizza, secondo lo stesso Polibio, la religione e le superstizioni come instrumentum regni per sottomettere il popolo.

Ma fin qui, secondo questa analisi, Polibio potrebbe sembrare molto simile a tutti suoi “colleghi” precedenti se non avesse però sviluppato una terza teoria; con la quale afferma che la storia e soprattutto lo sviluppo delle città assieme ai loro governi ha uno sviluppo ciclico, ovvero si ripete. Polibio era consapevole che la teoria fosse quella stessa della “Repubblica” ma il suo era un tentativo di semplificarla per i suoi contemporanei accostandola alla costituzione romana.

Altro importante filosofo legato a Roma e anche molto ad Atene dove si trasferì fu Panezio, il quale sosteneva che per funzionare una costituzione si doveva basare sulla concordia dei cittadini e sul rispetto reciproco tra cittadini e governanti. Dalla sua posizione di stoico però, Panezio, non vedeva la completa uguaglianza tra i cittadini e ne individuava dei migliori, come aveva fatto anche Crisippo, inoltre ripristinò il concetto di πολις che era stato precedentemente bocciato dagli altri stoici.

Carneade, il contemporaneo di Panezio che distrusse ogni convinzione creata dal suo predecessore Crisippo, negò l’esistenza di uno ius naturale e sostenne che l’unico modo di vivere era quello di seguire il proprio interesse personale perché se i Romani avessero voluto davvero vivere secondo natura, sempre secondo Carneade, avrebbero almeno dovuto restituire tutte le terre conquistate ai propri abitanti.

Abbandonata questa strada i Romani ebbero però in breve tempo l’opportunità di avvicinarsi alla filosofia epicurea tramite lo scritto di Lucrezio; il quale integrò alla dottrina di Epicuro teorie proprie che si legavano, anche se in maniera lieve, ai costumi Romani. Il poeta Romano capì che per ottenere la concordia civis serviva qualcosa in più rispetto a ciò che sosteneva il filosofo greco, e arrivò perciò a predicare un ritorno alla genuina esistenza dell’uomo primitivo che pur avendo numerose paure non desiderava uccidere un suo simile per ottenerne i beni.

Lucrezio non era però a conoscenza degli sviluppi che questo pensiero aveva avuto in oriente, o meglio nella Grecia di cui prima si parlava, dove si cercava di identificare la figura del polites come una figura naturale perché cittadino di una πολις che era anche essa “naturale”.

Difatti la figura del re in breve tempo venne paragonata in tutto e per tutto a quella di un dio, il primo doveva trattare i sudditi con la stessa bontà con la quale il dio tratta la specie umana e inoltre doveva essere un esempio da imitare per avvicinarsi di più ai comportamenti divini.

Il compito di trattare questa questione venne intrapreso da Filone Alessandrino che parlerà dell’esistenza di due leggi ovvero quella non viva, o scritta, e quella viva, ovvero il re. La legge poi per Filone deve essere : secondo natura, efficiente e deve mirare al vantaggio della comunità. Filone Alessandrino può esser paragonato al grande Cicerone; più incline alla filosofia, e abile allo stesso modo del secondo nell’integrare le dottrine Aristoteliche e Platoniche all’interno dei suoi lavori. Ogni considerazione riguardo ad una forma di governo la fa derivare dalle sacre scritture e non dai governanti che lo precedettero; perciò per Filone la parola democrazia non ha alcun valore e il suo obiettivo fu quello di creare una città-stato mondiale.

Filone porta forse pochi riferimenti alla monarchia ellenistica caratteristica del suo tempo, ma nello stesso periodo si andava ad affermare sempre più il nesso tra monarchia e monoteismo; difatti se il governatore in terra era uno, doveva esserlo anche quello celeste. Di conseguenza le virtù di un buon governante dovevano essere gli attributi divini e l’unico che trattò il legame tra teologia e politica fu Platone.

Il pensiero politico greco terminava con Filone. Uno degli ultimi teorici della politica precedenti all’epoca cristiana fu, nel I secolo d.C., Augusto. Il presupposto da cui partire è che a Roma, secondo la Costituzione, la res publica apparteneva ai Senatori e al popolo, i quali dovevano tutelarla. La salvezza di essa era un obiettivo che si era perduto negli ultimi cento anni ma che con Augusto era tornato un “affare” vero e proprio; ma questo era aiutato dal fatto che il principato romano era diverso dagli altri, poiché governava su tutto il mondo allora conosciuto.

Seneca il giovane conosceva bene i maestri stoici e si orientava bene tra le loro teorie, infatti, parlava di una passata epoca in cui non c’era la proprietà privata e si viveva in comunità. Poi diventò, però, necessario l’intervento repressivo dello Stato. Repressivo proprio perché sapeva molto bene che vivere sotto il governo di un monarca, la cui parola è legge, significa vivere nel timore.

Stoico completamente diverso era Dione Crisostomo di Prusa, il quale interveniva in varie assemblee dove teneva discorsi atti a perseguire il suo scopo principale: la pace tra tutte le città. Portava quindi una teoria che prevedeva la presenza di un organismo permanente sostitutivo al Re, inoltre prendeva come paragone dello Stato il cosmo, esempio della sua unità.

Le teorie di Dione non risolsero le teorie di successione in caso di un princeps.

L’unico punto in comune tra i cittadini era che se la successione portava guerra questo era il metodo sbagliato.

Sul principio ereditario si soffermò Plinio che nel periodo di governo di Traiano sperò che quest’ultimo avesse un figlio perché: «è meglio che sia un figlio vero piuttosto che uno adottato» ad ereditare il trono.

Le lodi dell’impero raggiunsero il culmine con Elio Aristide il quale difese l’imperialismo romano da ogni accusa di crudeltà. Infatti era secondo lui giustificato dal grande successo che aveva e inoltre l’esistenza di questa politica imperialistica era la causa della rapida diffusione del Vangelo e venne quindi elogiata dagli stessi cristiani.

Nell’ultimo periodo, quello di Marco Aurelio, la numerosa presenza di guerre portò alla necessità di una viva presenza dell’imperatore sul campo di battaglia. Questa vita non era gradita a Marco Aurelio e sfortunatamente il suddetto ruolo di aiutante dell’imperatore occupato da numerosi filosofi spettò all’unico che non volle esercitarlo.

Senza alcuna guida l’imperatore si impegnò a governare tramite i capisaldi a lui infusi sin dall’età giovanile, ma la sua preoccupazione per la caducità della vita terrena lo spinse a non utilizzare alcun impegno nell’esercizio del suo potere.

Questa è la rassegna del pensiero politico dei primi due secoli dell’era cristiana. ulteriormente sviluppato da Dante nel De Monarchia, nel quale  il poeta toscano dice che: «l’impero romano era di istituzione divina e il popolo romano era degno di dominare e destinato per natura a farlo».


Bibliografia:

 Sinclair, Il pensiero politico classico, Laterza, Bari vol. II pp.320-440