STORIA DELLA LIBERTÀ

marzo 23, 2016

Libertà: nel mondo greco antico si possono distinguere tre significati fondamentali della parola eleutheria («libertà»). Libero è in primo luogo chi nasce da genitori non schiavi. Libero è in secondo luogo chi non è asservito allo straniero. La parola eleutheria acquista un forte rilievo ai tempi delle guerre contro i persiani, e nel V° sec. a.C. viene dedicata alla libertà una festa, a Platea, in memoria, appunto, della vittoriosa battaglia contro i persiani. Una festa analoga viene istituita a Siracusa per ricordare l’abbattimento del tiranno Trasibulo e la riconquista della libertà. Questa è la terza accezione di eleutheria: sono liberi i cittadini che non sono asserviti a un tiranno.

Come si vede, la «libertà» non ha nel mondo greco un significato universale e astratto: non si riferisce a tutti gli uomini (poiché gli schiavi ne sono esclusi), e anche nel suo significato politico (dalla tirannia o dallo straniero) si riferisce essenzialmente a coloro che, nella città, godono della cittadinanza a pieno diritto. Lo stesso si può dire a proposito del mondo romano. E anche nel Medioevo non esiste un significato astratto e universale della libertà: le libertà sono sempre particolari, ovvero si incarnano in diritti e privilegi di cui godono alcuni ceti e corporazioni. L’idea di essa in senso universale e astratto sorge solo nel mondo moderno. Nel Secondo trattato sul governo (1690) Locke afferma che ci sono dei diritti fondamentali degli uomini (di tutti gli uomini), che sono intangibili. Questi diritti sono la vita, la libertà, la proprietà: dove «libertà» significa di pensiero, religiosa e politica. Quest’ultima al pari della vita e della proprietà deve essere garantita dalla società civile, la quale sorge (attraverso un contratto) e si dà un governo proprio per rendere intangibili il diritto alla vita, il diritto alla libertà, il diritto alla proprietà. Se l’autorità sovrana viola questi diritti, i sudditi possono legittimamente opporsi e rovesciare quell’autorità (diritto di resistenza). Questa concezione liberale  viene profondamente trasformata da Rousseau nel Contratto sociale: qui la libertà consiste nell’ubbidienza che i cittadini devono alle leggi che essi stessi si sono date (le leggi, infatti, sono deliberate dal corpo sovrano riunito in assemblea, di cui fanno parte tutti i cittadini, quale che sia la loro condizione sociale).

Nel deliberare le leggi non vale, per Rousseau, semplicemente il principio di maggioranza (come avveniva in Locke), perché la maggioranza, per essere legittima, deve essere virtuosa e deve incarnare la «volontà generale». Chi non ubbidisce alle leggi o le rifiuta, viola dunque la «volontà generale» e deve essere costretto dal corpo sovrano a riconoscere quelle leggi, cioè deve essere «costretto ad essere libero». La concezione di Rousseau della libertà è dunque essenzialmente politica e contiene evidenti elementi coercitivi. Contro questa concezione è diretto il celebre discorso di Constant su La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni (1819). A differenza di Rousseau (che idolatrava Sparta), Constant ritiene che nel mondo antico la libertà soffrisse di una limitazione sostanziale: era collettiva, non individuale. Essa consisteva, infatti, nell’esercitare collettivamente e direttamente molte funzioni della sovranità: «nel deliberare, sulla piazza pubblica, sulla guerra e sulla pace, nel concludere con gli stranieri i trattati di alleanza, nel votare le leggi, nel pronunziare giudizi, nell’esaminare i bilanci, gli atti, la gestione dei magistrati, nel farli comparire davanti a tutto il popolo, nel metterli sotto accusa, nel condannarli o nell’assolverli». Questa libertà era compatibile, dice Constant, con l’asservimento completo dell’individuo all’autorità dell’insieme: «Tutte le azioni private sono sottoposte a una sorveglianza severa. Niente è concesso all’indipendenza individuale, né per quanto riguarda le opinioni personali, né in materia di attività economica, né, soprattutto in materia di religione. La facoltà di scegliere il proprio culto, facoltà che noi consideriamo uno dei diritti più preziosi, sarebbe apparsa agli antichi un crimine e un privilegio. Anche nelle cose che a noi apparirebbero più futili, si intromette l’autorità del corpo sociale che trattiene la volontà individuale».

Tutt’altra, secondo Constant, la libertà di un inglese, di un francese, di un americano. Essa è per ognuno di loro «il diritto di non essere sottoposto che alle leggi, di non essere né arrestato, né tenuto in carcere, né condannato a morte, né maltrattato in alcun modo, a causa della volontà arbitraria di uno o più individui. È per ognuno il diritto di esprimere la propria opinione, di scegliere il proprio lavoro e di esercitarlo; di disporre della sua proprietà e perfino di abusarne; di andare e venire senza chiedere permessi, e senza render conto delle sue intenzioni o dei suoi passi. È per ognuno il diritto di unirsi con altri individui, sia per ragione dei propri interessi, sia per professare il culto che egli e i suoi associati preferiscono, sia semplicemente per occupare il tempo nel modo più conforme alle proprie inclinazioni e fantasie. E infine è il diritto, per ognuno, di esercitare la propria influenza sull’amministrazione del governo, sia concorrendo alla nomina di tutti o di alcuni dei funzionari, sia con rimostranze, petizioni, domande che l’autorità è in qualche modo obbligata a prendere in considerazione».

Questa classica definizione constantiana della libertà, maturata durante le dure esperienze della dittatura giacobina e del dispotismo napoleonico, riprende certo elementi lockiani: i diritti naturali individuali sono sacri (la sicurezza, la libertà di pensiero e di religione, mentre Rousseau ammetteva una sola religione: la religione civile); i diritti politici sono intangibili (i cittadini devono poter concorrere al governo attraverso il sistema rappresentativo, negato da Rousseau). Ma, rispetto a Locke, Constant sottolinea con maggior forza i diritti sociali individuali che sostanziano la libertà: il diritto di scegliere il proprio lavoro e di esercitarlo, di disporre della propria proprietà e perfino di abusarne, di andare e venire senza chiedere permessi e senza renderne conto a nessuno, purché non si violino le leggi. Una nota nuova viene introdotta nella concezione liberale della libertà da A. de Tocqueville. I diritti teorizzati da Constant per garantire la libertà sono tutti effettivi negli Stati Uniti d’America. Ma nella sua osservazione della società americana Tocqueville avverte un pericolo: quello della dittatura della maggioranza. La democrazia, infatti, è il dominio della maggioranza: e non a caso in America il potere della maggioranza tende a diventare sempre più irresistibile. Esso predomina nelle assemblee legislative, nel potere esecutivo, nei tribunali, nella pubblica opinione.

Il risultato di ciò è che negli Stati Uniti il potere della maggioranza assomiglia molto alla tirannide: le minoranze e i dissenzienti non hanno spazio alcuno per far valere le loro idee e le loro esigenze. Ma in questo modo la democrazia rischia di uccidere la libertà. Per salvaguardare la libertà dei singoli Tocqueville invoca un largo decentramento amministrativo (che fa sì che il governo centrale debba, per l’esecuzione dei propri comandi, rimettersi a strumenti che spesso non dipendono affatto da lui, e che esso non può dirigere ad ogni istante), un esteso associazionismo (sia in campo politico sia in campo economico, scientifico ecc.), una incondizionata libertà di stampa.

BIBLIOGRAFIA